domenica 19 febbraio 2017

Diete dei gruppi sanguigni, una seducente teoria che può facilmente abbagliare

 Le bufale sono sempre in agguato ed all'ordine del giorno. Lo sa bene (o dovrebbe saperlo) qualsiasi assiduo frequentatore del web. 

Naturalmente perchè  una notizia o una teoria sia credibile bisogna  che essa contenga una evidente base di verità, o quantomeno di plausibilità, e questo vale soprattutto per chi la propone  in malafede. Ammantare dunque una teoria con quanti più concetti e dati scientifici possibili per gettare fumo negli occhi in questi casi è la strada obbligata.

Forse è questo il motivo del successo di certe diete alla moda, come quelle che demonizzano i carboidrati tout court che, partendo da un dato di fatto universalmente accettato in ambito scientifico (la responsabilità di zucchero e cereali raffinati nell'attuale epidemia di malattie degenerative) mettono all'indice indistintamente tutti i cereali e ogni altro alimento zuccherino con argomenti di pseudoscienza (ne ho parlato recentemente qui). 

Ma il miglior esempio ce lo forniscono le diete dei gruppi sanguigni: la teoria che le sostiene infatti si avvale di una mole di  concetti scientifici che hanno un indubbio potere suggestivo e rassicurante, come i gruppi sanguigni, appunto, la genetica, il ruolo di particolari proteine come le lectine, la paleontologia e quant'altro, per affermare una tesi che però non sta in piedi nemmeno usando il cric.

L'apparente scientificità si palesa già nell'anteprima dell'ultimo, ennesimo libro sull'argomento, "La Vera Dieta dei Gruppi Sanguigni" di Peter d'Adamo, naturopata americano, in cui l'autore giustamente mette in evidenza l'eccessiva omologazione che caratterizza tutti i  tipi di diete più in voga che, proponendo un unico modello per tutti senza  tener conto delle differenze individuali e le relative diverse esigenze, portano sovente al fallimento. Purtroppo il nostro naturopata individua queste differenze unicamente nei caratteri genetici dei gruppi sanguigni, che dunque condizionerebbero secondo lui le capacità metaboliche e la propensione per certe patologie.

Ebbene, per chi non lo sapesse le medicine più antiche, come l'Ayurveda e la Medicina Tradizionale Cinese, che non conoscevano evidentemente i gruppi sanguigni, formulavano la diagnosi e le terapie sulla base di una grande quantità di elementi comprendenti tutto ciò che i sensi potevano rilevare, utilizzando la vista, l'udito, l'olfatto, il tatto per sondare la condizione del paziente e senza trascurare l'investigazione delle sue abitudini di vita. Ma considerazioni "terra terra" come questa chissà perchè non danno mai da pensare ai vari guru che propongono la "rivoluzionaria dieta miracolosa" di turno, i quali forse preferiscono attribuire alla semplice fortuna, al caso il fatto che tanti medici  da secoli e millenni  applicano le suddette medicine con successo (effetto placebo?).

In realtà i gruppi sanguigni non sono che una delle tante caratteristiche individuali, come il colore dei capelli, degli occhi o della pelle. Essi non rappresentano dei princìpi, dei modelli generali, degli archetipi cui far risalire i vari tipi di costituzione e la predisposizione alle malattie. Affermare che la dieta e lo stile di vita devono tener conto del gruppo sanguigno di appartenenza è come dire che chi ha gli occhi verdi deve seguire una dieta diversa rispetto a chi ce li ha azzurri, indipendentemente da tutte le altre caratteristiche.

Ma d'Adamo, l'artefice assieme a suo padre di questa teoria, ne è talmente convinto da spingersi ad un'affermazione azzardata come questa: "Al contrario, una dieta macrobiotica che incoraggia il consumo di cibi naturali come ortaggi, riso, cereali integrali, frutta e soja, potrebbe meglio adattarsi alle esigenze del gruppo A, purchè si consumino cereali e legumi idonei, evitando quelli che contengono lectine dannose. Con le dovute cautele i soggetti di gruppo A e, in misura minore, di gruppo AB sono in genere buoni vegetariani".

Beh, sarebbe interessante sapere che ne pensa una mia amica, nota insegnante e consulente macrobiotica, che in passato si era rivolta per una grave patologia intestinale cronica al dr. Mozzi, il più famoso  esponente italiano della scuola di d'Adamo. Costui le aveva raccomandato di seguire una dieta comprendente fra l'altro carne in abbondanza, secondo i dettami del suo gruppo sanguigno (il gruppo O), ma lei, già allora vegetariana convinta, preferì non seguire quelle indicazioni, rivolgendosi alla macrobiotica che la guarì definitivamente.

Nella sua esperienza di consulente mi ha poi recentemente confidato di aver avuto diversi pazienti di gruppo O come lei devastati dagli effetti della dieta dei gruppi sanguigni. Una sua paziente aveva addirittura perso completamente il ciclo mestruale, ma riuscì a ripristinarlo dopo due mesi di macrobiotica e in seguito anche a rimanere incinta, coronando il suo sogno.

In effetti basta indagare per scoprire quanti sono i soggetti che reagiscono in contrasto con quanto la teoria suddetta prevede per ogni gruppo sanguigno, compresi tutti quei campioni sportivi che seguono diete molto differenti da quelle che d'Adamo suggerisce per sviluppare il massimo rendimento muscolare.

Del resto lo conferma la scienza dopo aver verificato le affermazioni contenute nei libri del naturopata americano: per fare un esempio, secondo lui gli appartenenti ai gruppi A e AB sono gli unici cui gioverebbe il consumo regolare di latticini, in quanto discendenti delle popolazioni nomadi dedite alla pastorizia. Ci si aspetterebbe dunque che l'intolleranza al lattosio fosse assente nei soggetti di questo tipo e che fosse invece presente negli individui di gruppo O e A, cioè quelli a cui viene raccomandato di astenersi o quantomeno ridurre al minimo il consumo di latte e derivati. In realtà gli intolleranti al lattosio si presentano in tutti i gruppi sanguigni senza preferenze per l'uno o per l'altro. L'intolleranza al lattosio è una condizione che colpisce più della metà della popolazione mondiale e che varia significativamente molto a seconda dell'etnìa, ma questo non c'entra niente coi gruppi sanguigni.

Stesso discorso vale per gli intolleranti al glutine e i celiaci, che sono distribuiti equamente fra tutti i gruppi.  Già, perchè secondo la teoria in questione allergie e intolleranze dipenderebbero dall'ingestione di lectine incompatibili col proprio gruppo sanguigno. Queste sostanze (molto diffuse nei comuni alimenti, specie in cereali e legumi) sono speciali proteine implicate in varie funzioni (non tutte chiare o conosciute), come quella di formare i complessi antigene-anticorpo, e sono conosciute per la loro capacità di legarsi a zuccheri, compresi quelli presenti sulla superficie delle membrane cellulari che hanno funzione di riconoscimento per molecole e virus, e perciò hanno il potere di agglutinare le cellule, compresi i globuli rossi, scatenando eventualmente fenomeni avversi. Bisogna dire però che le lectine sono in massima parte distrutte dalla cottura, dalla digestione e dalla flora batterica intestinale e anche se si legano alle cellule non per questo causano necessariamente agglutinazione, prerogativa solo di alcune rare fitoagglutinine. Inoltre le stesse lectine si trovano in tanti alimenti diversi, ma chi è intollerante lo è solo verso alcuni di essi.

Nonostante le apparenze, dunque, la teoria delle diete dei gruppi sanguigni ha ben poco di scientifico, e le innumerevoli stroncature finora ricevute stanno a testimoniarlo.

Essa è infarcita di affermazioni inspiegate, che sembrano piuttosto delle fantasie e non mancano i luoghi comuni, come vedremo tra poco. Per esempio quando d'Adamo dice che i soggetti di gruppo A sono portati alla pianificazione e all'ordine essendo discendenti delle società agricole, e che gli appartenenti al gruppo B, avendo avuto origine dai nomadi i quali, dovendo spostarsi continuamente, avevano tempo per pensare, dovrebbero dedicarsi ad attività mentali e meditative. Come si vede, sono affermazioni che lasciano il tempo che trovano. 

Personalmente non riesco poi a capire perchè se 10mila anni fa alcune popolazioni si son messe a vagabondare diventando nomadi e pastori e quindi iniziando a nutrirsi di caciotte, questi nuovi cibi li avrebbero aiutati ad adattarsi al nuovo stile di vita.

Insomma è una teoria che parte da premesse tutte da verificare, o impossibili da verificare. Come lo stereotipo molto radicato nell'immaginario collettivo che vuole l'uomo preistorico cacciatore e quindi fondamentalmente carnivoro. Non c'è dubbio che il cibo animale abbia sempre fatto parte della dieta di tutti i popoli ed etnie in ogni parte del mondo, che piaccia o non ai vegani e vegetariani, ma da qui a immaginare il nostro più lontano rappresentante del genere umano occupato a tempo pieno a brandire armi rudimentali per cacciare cervi e bisonti ce ne passa...

In realtà ci sono molti indizi e anche prove per indurci a ritenere che il cibo animale non abbia mai rivestito un ruolo predominante nella dieta umana, a parte alcune eccezioni dovute ad esigenze climatiche, e che i semi selvatici, progenitori degli attuali cereali, erano già in uso diverse decine di migliaia di anni prima della nascita delle società stanziali e dell'agricoltura. Inoltre, almeno nella più remota preistoria, il cibo animale era costituito essenzialmente da insetti, larve, uova e tutt'al più da animali di piccola taglia, come pesci e lucertole. Dunque niente a che fare con bisteccone alla fiorentina e cotechini. Bisogna infatti considerare che la caccia ai grandi mammiferi è un fenomeno relativamente recente, iniziato meno di 100mila anni fa, e limitato ad alcune zone geografiche.

Resta comunque da capire (almeno per quanto mi riguarda) come abbiano fatto i geni responsabili del gruppo O, corrispondente appunto al modello di uomo preistorico cacciatore, a giungere fino ai nostri giorni, avendo subìto i cambiamenti conseguenti all'affermazione generalizzata del modello agricolo con la nascita delle popolazioni stanziali.

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Il problema di questa teoria è che è stata elaborata soprattutto sulla base di studi fatti in vitro e non sull'uomo. Inoltre, pur essendo molto recente, non tiene conto delle conoscenze maturate dall'esperienza di tutto il nostro passato fino ad oggi, comprese quindi quelle della nutrigenomica e dell'epigenetica, le nuove discipline che studiano le interazioni del cibo e di altri fattori ambientali coi nostri geni, e che, da quanto mi risulta, non chiamano in causa i gruppi sanguigni.

Ma allora come mai ci sono tante persone pronte a giurare sulla sua efficacia? 

E' la domanda che mi sono posto anch'io e alla quale credo di aver trovato la risposta (confermata poi dopo essermi consultato con esperti).

Intanto tutte le diete dei gruppi sanguigni raccomandano fondamentalmente cibi  sani, quindi integrali, biologici, provenienti da animali non d'allevamento nutriti ad erba (molto più ricchi di importanti nutrienti come gli omega 3, decisamente carenti negli animali d'allevamento e nelle diete comuni), niente zucchero e soprattutto niente alimenti contenenti glutine (e sappiamo bene quanto la sua intolleranza sia oggi diffusa). Se poi si guarda l'immagine qui sotto ci si rende conto che la larga maggioranza della popolazione è rappresentata dai gruppi O ed A, le cui rispettive diete corrispondono sostanzialmente alla paleodieta (che effettivamente dà risultati, soprattutto in termini di dimagrimento... almeno nel breve periodo) e alla dieta mediterranea (universalmente riconosciuta come la migliore): Entrambe sono praticamente prive di latticini, glutine e zucchero, cioè i principali responsabili delle più diffuse patologie odierne.




E a confermarlo c'è un esperimento particolarmente significativo, i cui risultati son stati pubblicati nel 2014 dal Toronto Nutrigenomic and Health Instituite. Lo studio (qui c'è il documento originale), sottoposto a revisione paritaria (peer review, come si dice in gergo scientifico), ha coinvolto 1455 soggetti suddivisi in quattro gruppi ai quali sono state somministrate le  diete raccomandate per ognuno dei quattro gruppi sanguigni, ma casualmente, cioè senza tener conto della loro corrispondenza nei vari partecipanti. Gli effetti delle singole diete sono stati valutati sulla base di biomarcatori che permettono di monitorare alcuni importanti parametri sia metabolici (pressione arteriosa, colesterolo, glicemia) che antropometrici (indice di massa corporea e circonferenza  vita) e confrontati coi risultati ottenuti in un gruppo di controllo che aveva ricevuto le stesse diete, ma appaiate correttamente coi rispettivi gruppi sanguigni. Ebbene, i risultati migliori si sono riscontrati nei soggetti che avevano seguito la dieta del gruppo A, cioè in sostanza la dieta mediterranea (quindi quasi vegetariana), mentre i peggiori si sono rilevati fra quelli della dieta del gruppo B, la più permissiva, comprendente fra l'altro le maggiori quantità di latticini; il gruppo di controllo però non ha mostrato alcuna differenza dovuta al giusto appaiamento rispetto ai gruppi non associati, il che dimostra che una dieta funziona o meno indipendentemente dal gruppo sanguigno di chi la segue.

Per finire, se qualcuno ancora non fosse convinto, vorrei dire  un'ultima cosa a proposito dell'origine dei gruppi sanguigni che dovrebbe tagliare la testa al toro a tutta quanta la faccenda. Gli studi scientifici dicono che questi si sono formati moltissimo tempo prima di quanto la teoria di d'Adamo asserisce, perciò non possono essere la conseguenza dei cambiamenti dietetici (reali o presunti che siano) avvenuti nei periodi indicati. I gruppi sanguigni variano parecchio in ogni popolazione a prescindere dal tipo di dieta seguita nel periodo evolutivo. Ciò implica che i geni ad essi corrispondenti non hanno subìto una pressione selettiva che avrebbe finito col favorire il migliore in base all'alimentazione tipica della sua etnia.

E visto che siamo in tema, vorrei aggiungere un particolare interessante a proposito del fattore Rh. Secondo Michio Kushi, a differenza dei gruppi sanguigni O, A, B ed AB, che sono fattori costituzionali e in quanto tali non modificabili, o modificabili in tempi estremamente lunghi, il fattore Rh è legato più alla condizione del soggetto e quindi può essere cambiato. Considerato dunque che l'Rh positivo rappresenta una caratteristica yang (in quanto causa agglutinazione) e quello negativo una yin, la presenza dell'uno o dell'altro rispecchia la prevalenza  di una categoria di alimenti o dell'altra nella dieta. La dieta odierna occidentale, caratterizzata dalla presenza di estremi di entrambi i tipi, favorisce lo sviluppo di un fattore Rh forte e reattivo, mentre con una dieta più centrata e moderata per quanto riguarda l'equilibrio yin-yang il fattore Rh (positivo o negativo che sia) non darebbe luogo a reazioni così violente e pericolose. Ricordo che ciò è importante non solo nelle trasfusioni ma anche nel caso di una madre Rh negativa in attesa di un bambino Rh positivo, che potrebbe sperimentare una letale reazione emolitica.

Michele Nardella


lunedì 23 gennaio 2017

Lotta al cancro: il più solenne fiasco in tutta la storia della medicina



Fra qualche giorno (28 gennaio) l' AIRC (Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro) rinnoverà per l'ennesima volta l'appello per le donazioni in 2700 piazze italiane con l'ormai nota iniziativa delle "Arance della salute", assurte queste a simbolo della dieta sana e della battaglia contro il cancro (ma sono davvero utili, come si crede, per chi è già ammalato? Mah!). 

Non ci crederete, ma per una pura coincidenza proprio in questi giorni ho ultimato il mio primo ebook dedicato al tumore al seno, che aspetta solo di essere pubblicato. Dunque quale occasione migliore per affrontare l'argomento che da tanto tempo mi ripromettevo di trattare?

domenica 1 gennaio 2017

L' Inganno delle Diete Low Carb

Ho già affrontato  più di una volta il tema delle diete a basso contenuto di carboidrati (Cereali, capro espiatorio di tante magagne dell' uomo modernoDukan, la dieta da cui è meglio stare alla largaLe controverse diete Low Carb e il loro sconcertante successo), ma l'  uscita di un nuovo libro di Colin Campbell è sempre un evento scientifico di rilievo, che nel caso del suo più recente, intitolato appunto L' Inganno delle Diete Low Carbmi dà dunque l' occasione di tornare su certi concetti che, nonostante l' evidenza dei fatti, fanno a quanto pare ancora  fatica ad affermarsi a livello di massa a giudicare dalla popolarità e dal rumore mediatico di cui sono oggetto queste famigerate diete.

lunedì 28 novembre 2016

Gravidanza, allattamento, svezzamento e infanzia secondo la macrobiotica (seconda parte)

Dopo aver parlato delle principali influenze che contribuiscono a determinare le caratteristiche costituzionali del nascituro, nonchè il decorso stesso della gravidanza (sorvolando su quei fattori che già prima del concepimento influenzano le condizioni dei genitori e di conseguenza  le qualità dello spermatozoo e dell' ovulo che daranno origine alla nuova creatura), eccoci dunque arrivati al lieto evento, che si svolgerà senza particolari disagi e in un tempo più breve del solito se le condizioni della partoriente saranno equilibrate.